Tutto il mondo è paese, il bipolarismo francese parla la stessa lingua di quello italiano: tarpare le ali estreme e convogliare tutti al centro. Nulla di nuovo insomma.
Al bando le ideologie (che d’altra parte non sono state mai troppo tirate in ballo nella campagna elettorale per la corsa all’Elysée). Ora si ragiona con le strategie. Il 6 maggio, data del ballottaggio per le presidenziali, è vicino ma la partita è ancora apertissima e si gioca sul consistente 18,5% del candidato centrista, Beyrou, in questi ultimi mesi “sbeffeggiato” sia dal candidato dell’Ump sia da Ségolène Royal e ora corteggiato da entrambi.
La vera “sorpresa” di queste presidenziali, come ha scritto oggi Bernard-Henry Lévy sul Corriere della Sera, è il tramonto delle minoranze. Da una parte la destra estremista di Le Pen crolla vertiginosamente, dopo lo spauracchio del 2002, quando, con un 16, 8%, arrivò addirittura al ballottaggio contro Chirac. Ma l’organo del corpo politico francese che sicuramente soffre di più, dopo i risultati del primo turno elettorale di questa corsa all’Elysée è la Sinistra Radicale.
Il Partito Comunista, che in Francia ha una tradizione fortissima, consolidatasi specialmente dagli anni Trenta fino al maggio del ’68, si trova in uno stato di crisi da cui difficilmente potrà riprendersi.
Al primo turno i comunisti di M.George Buffet hanno raccolto un misero 1,93%. I troskisti di Olivier Besancelot il 4%, i Verdi l’1,57% e i no-global di José Bové l’1,32%.
Una lenta agonia che mostra quanto i francesi stiano ormai consolidando l’idea di un bipolarismo quasi perfetto, ben rappresentato dai due candidati favoriti nella corsa all’Elysée.
Da una parte una destra dal linguaggio moderato (che Berlusconi ha detto rifarsi molto al suo verbo) e dall’altra un partito socialista, altrettanto blando, non troppo di sinistra – anzi anche un po’ filocentrista - che nello sprint di fine campagna elettorale si avvale dell’appoggio di un uomo di tradizione democristiana come Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, artefice del mercato unico e dell'Euro, suggerito alla Royal addirittura dal leader dei Verdi, Cohn-Bendit.
Indubbiamente si deve apprezzare lo spirito con cui i francesi sono giunti a questa tornata elettorale, rinnovato positivamente rispetto a quello depoliticizzato e indeciso che “nell’agonia dell’Homo Politicus sembrava dover cedere il passo al telespettatore o al blogger”,come ha detto Lévy, ma si deve allo stesso tempo constatare che la nuova conformazione della Francia è tesa verso una semplificazione sempre più incisiva delle opzioni pluraliste. Non è un caso che la Royal abbia manifestato attenzione verso il Partito Democratico italiano e abbia espresso un netto rifiuto del “modello berlusconiano”. Forte del ritrovato consenso verso il partito socialista, dopo l’insuccesso di Jospin alle elezioni del 2002, interpreta forse proprio quello che i francesi si aspettano: una polarità democratica, riformista e socialdemocratica. Quello che invece fa fatica a figurarsi in qualsiasi ipotesi sull’evoluzione dell’assetto francese è quella di un soggetto politico di una sinistra, di una sinistra con la S maiuscola.
Marina Calculli
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( 2.9 / 251 )
Finalmente qualcosa di sinistra!!
Nel giorno in cui il governo annuncia la modifica della Bossi-Fini sull'immigrazione, si aggiunge una disposizione dell'UE che sancisce il razzismo come reato perseguibile penalmente:
Il 19 aprile 2007 i 27 ministri della giustizia dell'Unione europea hanno firmato un accordo sul testo che farà diventare reato ogni forma di odio e di violenza razziale, nonché il "negazionismo" dei genocidi internazionalmente riconosciuti. Il testo entrerà in vigore entro il 2009 . A seguito di tale accordo alcuni paesi, come l'Italia, si vedranno costrette ad apportare modifiche alla propria legislazione. L'accordo raggiunto prevede pene da uno a tre anni per quanti istigano alla violenza, anche attraverso la distribuzione di opuscoli, immagini o altro materiale, con riferimento alla razza, al colore, alla religione o all'origine etnica delle persone . Identiche pene sono previste per la negazione di genocidi, di crimini contro l'umanità e di crimini di guerra. L'accordo, che tuttavia prevede eccezioni e deroghe, è stato raggiunto dopo cinque anni di discussioni, rese necessarie per riuscire a conciliare la punibilità dell'incitamento all'odio con la libera espressione del pensiero. Per andare incontro a paesi come l'Inghilterra o l'Irlanda, che rifiutano di porre limiti alla libertà di espressione, l'intesa prevede che i governi possano scegliere di circoscrivere le pene ai casi in cui le violazioni rischiano di perturbare l'ordine pubblico. Il documento stabilisce anche che gli Stati, i quali nei propri ordinamenti già prevedono pene per la negazione dell'Olocausto possano continuare a far rispettare tale normativa. Per gli altri, l'UE ha scelto di lasciare liberi di punire o meno chi nega che sia mai avvenuta la Shoah o inneggia al nazismo o sventola una bandiera con la svastica nazista.
www.governo.it
BENE. DAL 2009 NON ESISTERA' PIU' LA LEGA NORD.
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Ieri ho fatto il mio 730, al CAAF della CGIL.
Non sono iscritto, ci tengo a sottolinearlo, non mi piace la linea che tiene il sindacato, come si comporta, come rappresenta i suoi iscritti, ma devo ammettere che le dichiarazioni le fanno bene, non rinuncerò a questo servizio per una questione di pregiudizi. 65 Euro e via all'anno prossimo. Prima della CGIL fa me le faceva un commercialista, me le ha fatte per 5 o 6 anni. 5 o 6 anni di notifiche dall'agenzia dell'entrate per errori di trascrizione, sanzioni, appelli, ricorsi ecc. Se Dio vuole con la CGIL non ho ritorni di fiamma di nessun genere.
Lavoratore dipendente, sposato, un figlio a carico, abitazione di proprietà, ho dichiarato intorno ai 17mila euro . Con questa cifra potrei togliermi lo sfizio e comprarmi una lussuosissima cinquecento metallizzata accessoriata. Beninteso, per farlo dovrei smettere di alimentarmi per tutto l'anno, dovrei svitare tutte le lampadine di casa e d'inverno dovrei dormire coi pinguini.
Invece un pacco di pannolini costa 6,70 euro, la retta dell'asilo 370, un kg di pane 1, 300 se ne vanno fra luce e gas, 20 a settimana di gasolio e via discorrendo. Storie di tutti i giorni.
Mi tocca rinunciare alla 500. O me o lei. Me.
ok 17mila non sarebbero nemmeno tutta questa miseria, ma leggerli sul totale di un TUO anno di lavoro e subito dopo assistere agli scavicchiapacchi di Raiuno gongolare col culo fra un pettine e 250mila euro mi fa tristezza.
"Ringrazio il dottore ma vado avanti"
Ma vai a lavorare.
Voglio il tesoretto. Possibilmente tutto a me.
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( 2.9 / 218 )
Le elezioni amministrative di primavera saranno un passaggio delicato per il nostro partito e per tutta l’Unione. Al voto saranno chiamati più di 1000 comuni, di cui 26 capoluoghi e ben 7 province. Le destre proveranno a farne un test politico complessivo, al centro del dibattito pubblico ci saranno le valutazioni sulle politiche del governo nazionale e più in generale incrocerà il dibattito che sta attraversando l’Unione nella costruzione del Partito Democratico e per noi della Sinistra Europea. In radice il vero punto su cui bisognerà misurarsi è una più generale crisi della politica e del consenso. Abbiamo sempre pensato che l’unico antidoto era e rimane la partecipazione e l’autogoverno del territorio: le amministrative devono riaffermare, anche alla luce delle primarie, uno spazio pubblico in cui la conflittualità territoriale trova una cittadinanza piena nei programmi elettorali da scrivere con le popolazioni locali. Crisi della politica è innanzitutto mancanza di partecipazione, ma anche la distanza e l’autoritarismo che i costi del governo della politica impongono alle donne e agli uomini che vivono in condizioni di precarietà. Cresce un sentimento pubblico di distanza, di antipolitica: lo vediamo a Vicenza con il rogo dei certificati elettorali, nel sud con la disillusione di una popolazione a cui i diritti vengono scambiati per favori. Nessuno può ritenersi fuori da questa crisi, neanche noi, che in questi anni siamo stati parte di movimenti locali e nazionali che hanno sfidato la fortezza inespugnabile dei governi. I beni comuni, i servizi pubblici locali, l’ambiente sono diventati sinonimo di riappropiazione della stessa vita e del territorio in cui vivere. Dal più piccolo comune alle grandi città, l’invivibilità, il soffocamento degli spazi pubblici attraverso le privatizzazioni, riducono sempre di più i margini di autogoverno del territorio. Se a questo si aggiunge la progressiva riduzione di trasferimenti economici dal centro alle periferie, abbiamo la percezione delle città come delle istituzioni consumate fino all’osso nella possibilità di poter rispondere alle necessità delle popolazioni. Il bilancio partecipato è possibile se le risorse a disposizione permettono di poter risolvere le vertenze che si aprono, come voragini nella strada dissestata dei bilanci. La pressione fiscale con le addizionali locali aumenta in particolare per le cittadine e i cittadini che vivono in realtà con un forte disagio sociale e economico. Gli enti locali rischiano di trovarsi ad amministrare la ritirata dei servizi pubblici e del welfare state. Il dibattito a cui abbiamo assistito nel corso della finanziaria sul se si dovesse tagliare sulle pensioni o sui trasferimenti agli enti locali è bislacca. In un caso o nell’altro a soffrirne sono le persone cha hanno bisogno di assistenza e promozione. La povertà che si manifesta nei pressi delle stazioni coi carrelli dei senza casa o le code stanche presso gli uffici dei sevizi sociali, sono il risultato di anni di svilimento del ruolo del pubblico. Questa sofferenza ormai non viene neanche discussa, visto lo svuotamento dei poteri dei consigli e il crescente potere decisionale dei sindaci e dei presidenti. I super poteri non fanno sempre super eroi, infatti rivolgersi al sindaco o al presidente significa alimentare una personalizzazione che consegna all’apparato tecnico sempre più ruoli decisionali che sarebbero propri della politica. Sappiamo che queste questioni saranno relegate ai margini di una campagna elettorale che già oggi vede parte dell’Unione compiere scelte in antitesi con la domanda di cambiamento. La traduzione materiale è la rottura dell’Unione ad opera dell’Ulivo e l’esclusione del Prc per esempio in un piccolo comune come Pieve Emanuele, nelle consultazioni provinciali di Vicenza e in una grande città del sud come Taranto. E’ evidente la rincorsa al centro in Veneto, in una città come Verona, ma anche in molti comuni della Sicilia, in cui la ricerca di una presunta stabilità si fa impermeabilità alle istanze dei conflitti locali. L’Unione non può essere un cartello elettorale, non è questo il mandato del popolo che l’ha sostenuta nelle elezioni politiche. L’Ulivo, dove ha deciso di rompere l’Unione, si è assunto la responsabilità di far venir meno la chiarezza di un progetto di cambiamento nella ricerca di un consenso facilitato dal ruolo che giocano le preferenze nelle liste e nella corsa a un “ceto medio moderato” che sarebbe l’ago della bilancia. Il bisogno di chiarezza e coerenza favorirebbe la partecipazione a partire da un “patto etico”, sulla base di quello voluto in Sicilia da Rita Borsellino. Un “patto etico” che blocchi le transumanze di pacchetti di preferenze, un “patto etico” da contrarre con le cittadinanza per impedire le infiltrazioni criminali nelle liste dell’Unione. Siamo ad un passaggio difficile ma anche carico di aspettative.
Dobbiamo convincere chi ha deciso di non votare che un voto al Prc è un voto utile. Utile per il programma ma anche per le donne e gli uomini che si candideranno nelle nostre liste. Partiamo dall’inverare la Sinistra Europea, come in due grandi città come Palermo e Genova stiamo facendo. Non indipendenti nelle nostre liste ma partecipi di un processo di cui le elezioni sono un passaggio. Liste che vedano la partecipazione di donne e uomini che con noi hanno condiviso le lotte contro gli inceneritori, per l’acqua pubblica, contro le cartolarizzazioni. Per disarmare i nostri territori abbiamo bisogno di riscoprire le nostre comunità come comunità aperte che non regalano cielo e terra per qualche occupato precario in più. Le nostre liste del Prc-Sinistra Europea devono caratterizzarsi per la differenza politica e sociale anche nella composizione delle liste a partire dal candidare nella testa della lista le donne. Abbiamo bisogno di un altro genere di politica per impedire che le campagne elettorali si trasformino in un mercato di voti e favori. Spesso il partito del mattone si candida trasversalmente per tutelare i propri interessi, noi dobbiamo fare delle istituzioni delle case dei popoli, che parlino le lingue delle e dei migranti. Sappiamo che sarà una campagna elettorale difficile, ma dobbiamo provare a chiudere la forbice troppo ampia ancora caratterizza il voto delle politiche con quello delle amministrative. Dobbiamo scatenarci, perché le nostre campagne elettorali sono un momento di fatica enorme ma anche momenti di socialità. La nostra campagna elettorale servirà a far nascere le “città invisibili” di Italo Calvino.
Michele De Palma Segreteria Nazionale Prc
Scarica Il programma di Rifondazione Comunista
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( 2.9 / 194 )
Frasi celebri dall'ultimo congresso del PD:
La prima descrive la natura del nuovo Partito Democratico:
"..se questo è il partito democratico sono pronto ad iscrivermi subito.." S. Berlusconi
La seconda descrive a chi si rivolge il nuovo Partito Democratico
"..se questo è il partito democratico sono pronto ad iscrivermi subito.." S. Berlusconi
La terza, buona per descrivere la qualità della democrazia del nuovo Partito Democratico
"..se questo è il partito democratico sono pronto ad iscrivermi subito.." S. Berlusconi
La quarta, per chiarire in via definitiva quale collocazione e indirizzo deve assumere da oggi la sinistra
"..se questo è il partito democratico sono pronto ad iscrivermi subito.." S. Berlusconi
La quinta, e se Mussi ha torto io sono prete missionario
"..se questo è il partito democratico sono pronto ad iscrivermi subito.." S. Berlusconi
Mai battuta fu più azzeccata per commentare una situazione politica. Complimenti a tutti
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( 3 / 195 )
E' il titolo di un film, documentario, che ho visto ieri sera.
Arna è una signora ebrea (israeliana) che si occupa dei bambini nel campo profughi di Jenin in Palestina . Suo figlio Juliano, appassionato di cinema, la aiuta istruendo i ragazzi alla recitazione. Colpito dal dramma della zona inizia subito a registrare le storie di quei bambini. Colleziona le prove, i teatrini, i giochi e i racconti di vita di quei bimbi senza futuro. Un gruppo che si riconosce e si identifica unitariamente nella rabbia, disperazione e impotenza. Un gruppo di adolescenti compatto a cui l'esercito israeliano ha distrutto ripetutamente le abitazioni ucciso parenti e amici. Tre bambini, Yossuf, Ashraf, Alaa, tre storie comuni di povertà, orgoglio e speranza. Nel film si vedono ridere spesso, in quel teatro vivono la finzione per immaginarsi la libertà negata.
Juliano segue il gruppo con costanza, ne coglie le sfumature della crescita, consapevoli di aver costruito tanto dall'esperienza del centro di Arna. Ma le cose non cambiano, l'esercito israeliano è sempre più pressante, nel 2002 sfonda tutte le recinzioni e distrugge completamente Jenin. I bambini di Arna del film hanno ora tutti dai 18 ai 20 anni, sono armati, sono nella resistenza. Yossuf, il 'comico' del gruppo teatrale, ha da poco aiutato ad estrarre una bambina dalle macerie. Yossuf partirà all'insaputa di tutti, anche dei suoi migliori amici, da solo, verso il centro, kalashnikov alla mano ucciderà 4 civili e resterà a sua volta ucciso dalla polizia. Ashraf resterà ucciso in un agguato, Alaa durante i combattimenti. Un film senza crudeltà gratuite, fatto da ragazzi che in età adolescenziale elaborano gli stessi ragionamenti dei provinati del grande fratello italiani. Ragazzi che però si stancano, con evidente comprensione dello spettatore, di calpestare macerie. Il film, a differenza di quello che può sembrare ad una lettura superficiale, non giustifica i kamikaze, al contrario mette in risalto quanto sia individuale il percorso in solitudine che porta a un simile gesto. Un pugno nello stomaco, una verità scomoda per capire cos'è stato Jenin e la Palestina, un lembo di terra dilaniata che ha ben poco a che fare con la guerra santa e molto con dignità, libertà e diritto alla vita. Un film da vedere, senza paraocchi.
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( 3.3 / 204 )
Sono diversi giorni che mi gira in testa un cattivo pensiero.
Secondo me Prodi, mentre preparava la Finanziaria, invece di pensare ai cittadini italiani pensava alle aule di Bruxelles. Nel suo progetto politico partorito già da quando presiedeva il parlamento europeo c'era il rilancio dell'italia attraverso la sua riqualificazione nel continente.
Ok, fin qui nulla di strano, ma guardando i conti del bel paese e valutando i finanziamenti che la 'comunità europea' elargisce ai più svariati progetti di tutti i paesi membri viene quasi naturale pensare che Prodi avesse immaginato una manovra fiscale che garantisse più fondi possibile alla comunità.
Basta ascoltarlo quando parla della crescita dell'Euro, di quanto sia importante restare agganciati al treno europeo. "L'italia in europa non è messa bene, siamo indietro, conta un terzo di quello che dovrebbe" E come si fa? si fa una finanziaria perché il bilancio venga posto in attivo e si aspetta che la comunità assista con più forza lo sviluppo del paese.
Bello, ma c'è un controsenso, che secondo me il nostro Presidente del Consiglio non ha valutato bene.
Se osserviamo la qualità delle nostre leggi in materia di sviluppo strutturale, dell'inutile burocrazia composta da richieste, contratti, concessioni, approvazioni, revoche, proroghe e prescrizioni ci troviamo di fronte a un imbuto che blocca i finanziamenti europei per le nostre opere pubbliche.
Risultato? I cittadini italiani stanno pagando tasse stratosferiche per finanziare progetti di tutti gli altri paesi meno che il loro.
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( 3 / 184 )Violante a un infermiera di Emergency : " Può darsi che qualcosa sia stato fatto senza che sia stato reso pubblico. Non crede fare comunicati stampa di attività così delicate potrebbero avere conseguenze anche peggiori?
"Si, ma almeno Gino Strada potevate avvertirlo.
Ergo o non hai fatto un bel niente e stai mentendo spudoratamente o ti sei scordato di farglielo sapere. Delle due una.
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( 2.9 / 181 )via Sinistracritica
Intervista di Nino Bertoloni Meli (il Messaggero) a Franco Giordano che chiarisce, meglio delle discussioni interne al partito, la marcia del Prc verso un nuovo partito della sinistra da fondare nella primavera del 2008.
«Siamo pronti. A sinistra del Partito democratico può nascere un nuovo soggetto. Ma niente adunata di ceti politici, per carità, il nuovo partito deve essere il risultato di un percorso di massa».
Parola di Franco Giordano leader di Rifondazione, che scioglie dubbi e resistenze per favorire un processo di aggregazione a sinistra del Pd di Fassino e Rutelli, ora che nella Quercia sono in corso grandi manovre, con le minoranze di Mussi e Salvi sul punto di andarsene.
Onorevole Giordano, si avvicina la nascita del Pd, le minoranze diessine sono con un piede fuori, e di pari passo sta per nascere qualcosa di nuovo a sinistra?
«La costituzione del Pd non può e non deve segnare l’approdo di tutta una parte significativa della cultura della sinistra a una deriva liberaldemocratica».
Non è che il mondo viaggi verso radiosi approdi socialisti.
«Altro che. Nell’epoca attuale il socialismo assume una attualità come mai nella storia passata».
Addirittura.
«Sto parlando di un’idea tutta nuova di socialismo, non di un ritorno al passato. Un’idea frutto del lavoro dei movimenti e figlia dell’esperienza del conflitto sociale. L’epoca che viviamo ci spinge a rielaborazioni e riprogettazioni del futuro sulla base della critica al modello capitalistico esistente, un modello che oggi mette finanche in discussione la sopravvivenza della specie. O si introducono delle modifiche radicali o saremo travolti. Per dirla con i classici, torna l’attualità del motto “socialismo o barbarie”».
Tutto questo per dire che un partito alla sinistra del Pd è indispensabile?
«Voglio essere chiaro: Rifondazione lancia una sfida unitaria, e pongo l’accento su entrambi i termini, a tutta la sinistra, ai movimenti, alle associazioni. Una sfida per ridare alla sinistra una progettualità e una nuova idea di socialismo. Propongo, indipendentemente dalla collocazione di ciascuno, l’apertura di un cantiere che tenga ben viva questa riflessione politica e culturale. Avanziamo a chiunque ci sta la proposta di dar vita a una sinistra che critichi il capitalismo e sia in grado di collocarsi sullo scenario europeo accanto a quelle forze che vengono dall’esperienza del conflitto sociale».
Rifondazione si scioglie o rimane?
«Il nuovo soggetto deve tenere insieme diverse culture, tutte segnate da un percorso innovativo. A tutti proporremo un percorso paritario. Non abbiamo in testa l’allargamento di Rifondazione, ma di mettere in campo un soggetto unitario, espressione di movimenti e di pezzi di società. Chiunque viene, non è che entra in Rifondazione, ma partecipa paritariamente al processo e al percorso. Penso, per quel che ci riguarda, a “case della sinistra europea” su tutto il territorio nazionale, in grado di mettere insieme le diverse culture e i diversi linguaggi. Ma nessun meccanismo di annessione, semmai l’esatto contrario. E soprattutto un punto fermo: no a una sommatoria dei ceti politici attuali».
Ha parlato di socialismo. E il comunismo, cui ancora vi richiamate, andrà in soffitta o no?
«Noi teniamo all’autonomia politica di Rifondazione, anche l’orizzonte comunista è una sfida. Il che non significa non accelerare sul terreno dell’innovazione teorica: abbiamo maturato da tempo riflessioni sulla non violenza, sul rapporto uomo-donna, sull’ambiente, sul rapporto tra eguaglianza e libertà».
Fassino ha annunciato la nascita del Pd «entro la primavera del 2008». I vostri tempi?
«A giugno terremo l’assemblea fondativa della Sinistra europea. Un processo costituente è già avviato. La nascita vera e propria del nuovo soggetto penso possa avvenire entro l’anno prossimo, a prescindere da scadenze elettorali».
Una nuova legge elettorale potrebbe favorirne ulteriormente la nascita?
«E’ totalmente sbagliato far partorire processi politici da meccanismi elettorali. L’esigenza di una nuova formazione a sinistra è matura “a prescindere”, come direbbe Totò».
Può dire almeno che tipo di legge elettorale gradirebbe?
«Senz’altro il sistema tedesco, che garantisce il massimo della rappresentatività. E non capisco quanti, stando al governo, partecipano ai comitati di quel referendum che vorrebbe abolire rappresentatività e istanze sociali, il mondo del lavoro in primo luogo. E’ difficile discutere con chi vorrebbe annullarti».
Un nuovo soggetto anche con quei socialisti della diaspora che sembrano staccarsi dalla Cdl?
«Non possiamo fare un aggregato di resistenti al Pd. Rispetto i travagli politici e apprezzo chi ricerca nuovi orizzonti, ma il nuovo soggetto non potrà non avere una vocazione esplicita anti-liberista e pacifista».
Onorevole Giordano, molti vedono nel Pd un soggetto che potrebbe liberarsi dell’alleanza con la sinistra radicale e puntare al centro. E’ preoccupato?
«Ho apprezzato dell’intervista di Fassino al vostro giornale il riconoscimento di non voler rompere con la sinistra alternativa e di voler continuare l’esperienza di governo. Così come ho apprezzato che non abbia demonizzato la nuova aggregazione a sinistra che si va delineando. E’ la rottura dello schema antico che non vuole concorrenti a sinistra. Certo, la natura stessa del Pd cambierebbe se alcuni suoi esponenti ritenessero che si possa indifferentemente allearsi ora con la sinistra ora con il centro. Sarebbe il disvelamento di una definitiva e compiuta impostazione neo-centrista. E un’altra cosa vorrei aggiungere».
Prego.
«Ho visto che Fassino delinea un Pantheon di grandi personalità per il Pd. Non mi ha convinto però il tentativo di depotenziare, di depoliticizzare alcuni grandi pensatori e leader. Fassino cita Gramsci e Gandhi, Berlinguer e don Minzoni. Benissimo, ma accomunarli ad altri, espressione di un pensiero contrario alla trasformazione, è come sottrarre loro vitalità, deprivarli della loro carica innovativa. Non puoi mettere insieme i teorici della trasformazione con quanti hanno principalmente tentato di gestire l’esistente. Anche su questo terreno si è aperta con il Pd una vera e propria battaglia per l’egemonia politica e culturale».
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( 3 / 208 )
" Benvenuto nel mondo di chi non capisce quello che sta succedendo" (s3e15)
50 anni fa si poteva comprare un terreno, ottenere la concessione edilizia dal comune e con qualche sacrificio tirare su la propria abitazione. Nel 1964 mio padre spese 7 milioni per costruire quella casa che ha visto diversi natali della mia famiglia. Il suo stipendio si aggirava intorno alle 30 mila lire al mese ed era il periodo in cui si attaccavano le 5 lire alla gomma dei lunotti posteriori delle macchine.
10 anni fa io ho tentato di fare lo stesso, comprare casa. 10 anni fa non era più possibile acquistare terreni e costruirsi la propria villetta, tutto in mano a 3 o 4 imprese di costruzione, uniche miracolate ad ottenere concessioni comunali. Al massimo si poteva acquistare su progetto. Trovai una via sostenibile comprando un appartamento da ristrutturare e con 10 anni di mutuo (vivaddio questo è l'ultimo anno che sborso!) ho la mia casa di proprietà.
Oggi sento i prezzi e c'è da svenire. Quello che solo 10 anni fa si faceva con un mutuo a 10 anni la gente lo fa a 30 con rate da paura! 5mila euro al metro quadrato. Per un appartamento di 55 metri chiedono 240mila euro. 30/40mila euro per un misero garage.. 480mila euro per case di un centinaio di metri. Non c'è più corrispondenza tra valore del bene e potere d'acquisto
Ma che sta succedendo, qual'è la direzione del mercato immobiliare?
Seguendo la logica dello sviluppo storico, dal potersi permettere di costruire autonomamente, a poter contrarre un mutuo per l'acquisto dal costruttore, il futuro probabilmente vedrà solo grandi imprese edificare e tutti i cittadini pagare affitti salatissimi.
Fermiamo il mercato immobiliare perché è davvero insostenibile.
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( 2.9 / 172 )
Gentiloni ne va fiero perché " prima azienda italiana " ed è giusto quindi che sia trattata come una risorsa del paese.
L'ultima "prima azienda" in ordine di tempo fu la FIAT, vi ricordate?
Proviamo a metterle a confronto: una produceva e vendeva automobili , questa vende etere, aria, onde, impulsi, canali, corsie dati, microtubi.
Della prima resta un immenso patrimonio produttivo, beni mobili e immobili, della seconda resterà aria, ovvero NULLA .
Quindi che cos'è Telecom se non un enorme finanziaria, una spaventosa macchina per fare soldi, tanti soldi, nonostante il perenne buco di 40 miliardi di Euro .
Se n'è accorto Tronchetti Provera che da abile imprenditore entra in azienda, resta un paio di anni, raccoglie i profitti e la rimette sul mercato, con lo stesso identico buco. Chi arriverà dopo di lui (italiano o straniero che sia) è certo che farà la stessa cosa, chi verrà dopo idem, fino a quando non arriverà qualcuno che la lascerà con un buco insostenibile e addio "prima azienda italiana".
Qualcuno le chiama dinamiche di mercato. Per me, fatto uno più uno, restano scelleratezze politiche. Guarda un po' se n'è accorto anche il governo che per paura di disperdere il patrimonio Telecom a paesi stranieri (Texani in questo caso) invita Mediaset ad entrare in gara sul controllo dell'azienda. Gentiloni però ci tiene a specificare: " Non abbiamo chiesto di comprare Telecom, lo abbiamo invitato ad occuparsi di altre fette di mercato, non solo quello televisivo ". E vabbè, come se il prodotto non cambiasse. Quindi questo è un possibile scenario economico-politico che ci potremmo ritrovare davanti negli anni a venire: Berlusconi presidente del consiglio che controlla Mediaset che controlla Telecom che controlla le intercettazioni che controlla il veicolo promozionale. Amen.
Ora, perché siamo arrivati a quello che io chiamo scelleratezza politica. Proverò, se ci riesco, a spiegare il mio pensiero.
In questi giorni si è parlato di costi di ricarica, 'rimodulati' dai gestori sulle tariffe.
Ne è nato un caso, la critica si spinge sull'ennesima cosa all'italiana 'fatta la legge trovato l'inganno' , mentre si consuma il più clamoroso fallimento del capitalismo.
Il dito e la luna.
C'è uno dei luoghi comuni più bizzarri che sostiene che la telefonia è una dei mercati in cui i prezzi sono calati di più a seguito delle liberalizzazioni.
E' un clamoroso falso, uno specchietto per le allodole, portato avanti dai sostenitori del libero mercato. Prima di tutto qualcuno mi deve spiegare come fanno a trovare bassi i costi attuali, ma mettiamo di avere una grande SIP arrivata ai giorni nostri da sola, quanto avrebbe fatto pagare uno scatto, 40 euro al minuto? No, avremmo telefonato tanto quanto ora a costi vincolati dall’effettivo potere d’acquisto determinato dal PIL ecc. La concorrenza ha valore quando è riscontrabile un effettivo beneficio nel servizio che offre , e non si può nascondere che l’offerta telefonica sia praticamente identica, per tutte le compagnie, da tutti i punti di vista, costi, servizio, tecnologia ecc.
Il mercato è stato frammentato sulla base di un principio che si ritrova nella nuova legge sul tfr, sulle liberalizzazioni e su tutto quello che riguarda l’economia: la decentralizzazione, ovvero innescare meccanismi di autosufficienza senza gravare sulle casse statali . La forma più semplice e lineare per disinteressarsi di un problema, di non farsene carico e delgare: si offre al mercato .
Controllare la SIP e farla funzionare meglio (intendo rendere servizi all’avanguardia con costi decenti) sarebbe stato più oneroso che immetterla sul mercato.
Costi che indubbiamente avrebbero gravato sul cittadino, ma se si fa una foto al panorama telefonico attuale ne esce un quadretto raccapricciante:
- tariffe jungla
- servizi venduti e inefficenti (videotelefonia)
- clientela pressata da continue offerte telefoniche
- pubblicità a livelli nauseabondi
- impiego di settore con livelli di precariato allucinanti
- passaggio dei pacchetti clienti da una mano all’altra per capitalizzare i soldi e rivendere
- destinazione (molto prossima) ad acquirenti esteri
Ora, affermare che la jungla di contraddizioni vigenti sia la soluzione più brillante equa e vantaggiosa per il cittadino è da pazzi. Allo stesso tempo pensare oggi ad una SIP a monopolio statale è sicuramente azzardato, ma una via di mezzo ci dovrà essere , ci sarà un modo per togliere dalla schiavitù i call-centeristi, ottenere regole chiare e semplici sulle tariffe, fare in modo che queste mega aziende restino in italia e contribuiscano alla crescita del paese, no?
Trovo il dibattito sulla questione “costi di ricarica” come l’accettazione passiva di un sistema già destinato a fallire.
Si cuce della vela di poppa mentre la barca affonda.
Il dito e la luna, guardati da un cieco.
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( 3 / 200 )Abbiamo rischiato fosse il bergamasco. E invece c'è andata bene, la nostra costituzione (e a quanto pare neppure quella di altri paesi europei) che non prevedeva nessuna lingua ufficiale, dal 28 Marzo 2007 sancisce che in Italia si parla italiano in via definitiva (botti di champagne).
L'Europa di oggi si basa sul multiculturalismo e quindi sulla pluralità delle lingue: per tale motivo diversi Paesi europei
hanno voluto inserire nelle loro Costituzioni un preciso riferimento alla lingua "ufficiale". Anche l'Italia sta seguendo l'esempio di Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, Austria, Irlanda e Finlandia. Infatti, a seguito di un dibattito - protrattosi per numerose sedute - il 28 marzo 2007 la Camera dei deputati ha approvato il testo unificato della proposta di legge costituzionale che, modificando l'articolo 12 della Costituzione, riconosce l'italiano quale lingua ufficiale della Repubblica.
Il testo, approvato con 361 sì, 75 no, 28 astenuti, ora passa al Senato. L'articolo 12 della Costituzione fa solo riferimento alla bandiera italiana, a cui ora si prevede di aggiungere il seguente testo: "L'italiano è la lingua ufficiale della Repubblica nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione e dalle leggi costituzionali". Così concepito, l'articolo 12 rimanda all'articolo 6 della Costituzione che tutela le "minoranze linguistiche".
Incredibile, no? senza una maggioranza linguistica non avrebbero potuto* esistere minoranze. Da oggi ci sono.
GovernoInforma
* ma "avrebbero potuto esistere" è italiano? perchè se è italiano è una lingua del caxo :)
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( 3 / 186 )Pesci : la città si è svegliata con un volantino sulla macchina. "presentarsi al comando dei vigili per il visto sul permesso di parcheggio nella ZTL"
Unicorno : L'8(preti) per mille(bambini) si da al Mayer di Firenze. Fatelo anche voi o peste vi colpirà.
Toro : La folgore chiede finanziamenti per i missionari in afghanistan: "ci mancano i fondi, e Parisi s'incazza"
Zoccola : Nora si attacca all'unico treno disponibile e festeggia da sola il compleanno di Lele Mora
Libellula : Giordano dice qualcosa di sinistra
Gemelli : Second Life fa cagare, 300 è noiosissimo.
Vispa teresa : Ho comprato una scheda video nuova, la settimana è lunga, è bene vederci chiaro.
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Pubblico la lettera che mi ha inviato Franco Turigliatto, in risposta ad una _mia_ (non del partito) email in cui esprimevo solidarietà.
Roma, 30 Marzo 2007
Caro compagno,
mi trovo solo ora nella possibilità di dare finalmente una risposta alla mail che mi hai inviato e mi spiace di non aver potuto essere più puntuale. Purtroppo le vicissitudini che sono seguite alla mia espulsione dal Partito della Rifondazione Comunista non sono state solamente di tipo politico, ma anche organizzativo, costringendomi a trovare una nuova sistemazione presso il Gruppo Misto - senza un minimo di logistica e di struttura organizzativa che mi permettesse di fare fronte velocemente alla quantità di lettere che mi sono pervenute da tutta Italia e in grande numero anche dall’estero. Oltre a ciò, le numerose iniziative di solidarietà nei miei confronti promosse in tutta Italia hanno assorbito, insieme al lavoro parlamentare, molto del mio tempo residuo. Le circa 8000 mail che ho direttamente o indirettamente (all’indirizzo aperto per solidarietà nei miei confronti) ricevuto sono ovviamente ripartite tra chi ha condiviso e sostenuto le posizioni che ho assunto durante la discussione sulla politica estera voluta da D’Alema al Senato e quelle di critica, a volte anche feroce e sopra le righe alle quali ho comunque deciso di inviare questa mia risposta se espresse nei limiti della correttezza. Mi conforta il fatto che di questo numero complessivo circa 6000 fossero le mail che in una forma o nell’altra sostenevano le mie scelte. Già questo dato è da solo di straordinaria rilevanza. Non solo per le cifre quanto per l’aiuto e la forza che ne è derivata. Grazie, grazie ancora.
Posso dire senza tema di smentita che avete contribuito in grande misura con i vostri contributi a permettermi di resistere ad una pressante campagna stampa che si è abbattuta contro di me e contro chi si è permesso di dissentire dal ‘pensiero unico’ a suo modo presente anche in parte della sinistra e dei suoi apparati dai quali, non a caso, sono giunte le accuse più grevi e qualche volta anche infami. Come tutti sapete, il mio partito ha recuperato una delle peggiori tradizioni della sinistra espellendomi. Un partito che aveva in mano le chiavi – consegnategli dalla grande manifestazione di Vicenza – per una vera svolta in politica estera e ha preferito invece allontanare chi, in coerenza con il mandato dell’ultimo congresso e soprattutto in sintonia con le richieste di quella comunità e il programma storico del partito stesso, ha deciso che era venuto il momento di rispettare quelle lotte e quei mandati. Per questo la vostra vicinanza e il vostro sostegno sono stati tanto importanti per me, perché mi hanno confermato che il sentiero che avevo intrapreso era in sintonia con un ampio sentire del ‘popolo’ di sinistra e quindi non ero un isolato pellegrino o una strana ‘anima bella’ come molti, anche all’interno di Rifondazione, mi hanno definito.
Come sarà facilmente comprensibile, non mi è possibile rispondere individualmente ad ognuno di voi, ma se avete ricevuto questa lettera significa che ho comunque letto quanto mi avete scritto.
Nelle vostre lettere, delle quali vi ringrazio, ho trovato l’intero spettro delle possibili reazioni ai noti eventi che mi hanno portato a schierarmi su una posizione diversa da quella indicata dalla maggioranza dell’allora mio partito. Penso che sia importante partire da questo dato, perché esso significa prima di tutto che erano possibili alternative a quanto proposto al Senato della Repubblica dall’intervento del Ministro degli esteri. E significa soprattutto che non è vero che nello stesso ‘popolo’ di sinistra che ha votato per l’Unione alle ultime elezioni non ci fosse un’importante sensibilità disposta a combattere per ottenere il ritiro dall’Afghanistan ‘senza se e senza ma’. Molti di questi compagni e compagne mi hanno scritto chiedendomi anche di ritirare le mie dimissioni (di cui attendo la calendarizzazione, ovvero la messa in discussione e votazione al Senato, come da regolamento) perché altrimenti si sarebbero sentiti privati della loro voce all’interno di questa importante istituzione della Repubblica.
Tra le mail che ho ricevuto ci sono anche quelle giunte da avversari politici ed elettori del centrodestra che si dichiaravano colpiti dalla coerenza di cui avevo dato prova. Non posso che ringraziare anche loro, pur nella distinzione delle rispettive posizioni politiche, perché mostravano di aver colto un altro importante aspetto politico delle mie posizioni, ovvero la necessità di tornare a fare del Senato un luogo di dibattito e confronto politico vero, e non solo una cinghia di trasmissione delle mediazioni politiche - via via sempre più ‘mediate’ - delle segreterie dei partiti, a fronte delle quali i singoli senatori sono spesso ridotti al ruolo di comparse ‘schiaccia bottoni’. Ma la stessa coerenza è in sè un dato politico ed etico, in un paese in cui sembra ‘normale’ promettere delle cose per poi farne altre e ‘anormale’ mantenere ciò che si è promesso in campagna elettorale.
Dico questo riferendomi in particolare ai temi centrali su cui il mio partito aveva impostato la sua campagna elettorale, ovvero il rapporto e la contaminazione con i movimenti, la questione sociale e del lavoro (chi ricorda più la “quarta settimana”?), la partita Tfr e pensioni e, non da ultimo, la questione della guerra in Afghanistan e – inestricabilmente correlata ad essa – quella della presenza di truppe e arsenali stranieri sul suolo italiano, posti all’ordine del giorno dalla grande manifestazione di Vicenza. Molti mi hanno rinfacciato di aver rotto proprio su questo ultimo tema, quello della guerra, quello apparentemente più lontano dalla sensibilità della gente. Eppure, se si ponesse una domanda secca: ‘sei favorevole o meno alla guerra e in particolare alla guerra in Afghanistan’ sono più che certo, confortato in questo anche dalle vostre mail, che la risposta sarebbe largamente contraria. Da parte mia non posso non ricordare che la questione della guerra è stata sempre storicamente dirimente nel movimento comunista: schierarsi da una parte o dall’altra ha sempre fatto la differenza ed è stato fonte di importanti divaricazioni.
Altri mi hanno invece accusato di aver causato o voluto la caduta del governo Prodi. Ora che è passato abbastanza tempo e le manovre che hanno portato alla forzatura di D’Alema al Senato (e alle sua conseguenze, vedi i famosi 12 punti) sono ormai sotto gli occhi di tutti, spero che sia chiaro quanto questa posizione sia lontana dalla realtà (anche se nelle vostre mail alcune chiedevano che questo governo – giudicato incapace di rispondere ai compiti per i quali era stato eletto – venisse rimandato a casa). Quando è stata posta la questione di fiducia ho sempre chiaramente sostenuto che il governo Prodi non fosse paragonabile alla passata esperienza berlusconiana e per questo – pur nella mia larga insoddisfazione – ho sempre agito votando il sostegno ad esso. Ma contemporaneamente ho anche sempre sostenuto che ci fossero alcuni terreni sui quali l’opposizione ai provvedimenti presi anche da questo governo fosse imprescindibile. E mi riferisco in particolare a quelli che hanno visto le recenti mobilitazioni di intere comunità: Vicenza e la Val di Susa contro le basi militari e l’alta velocità, ma anche le questioni sociali, dei lavoratori e degli operai con i quali ho condiviso un’intera vita di militanza politica, ed ovviamente la questione della guerra.
Non credo possa sfuggire che l’euforia successiva al recente voto sull’Afghanistan è fuori luogo: purtroppo il Parlamento ha deciso che l’Italia sia sempre più presente in quella terribile guerra che già oggi causa lutti inenarrabili (e non raccontati dai giornali e che purtroppo diventerà sempre più tragica). Il nostro paese ha messo i piedi in un terribile pantano da cui sarà difficile uscire. In realtà solo il ritiro delle truppe italiane potrebbe creare le condizioni di un ripensamento delle strategie delle potenze occidentali ed aprire effettivamente la porta per una conferenza di pace.
In realtà, come appare sempre più chiaramente, la debolezza del governo Prodi è legata alla sua debolezza sociale, cioè alla sua incapacità di rispondere alle grandi questioni (la pace, il risarcimento sociale, la lotta alla precarietà) sulle quali aveva potuto vincere le elezioni seppur di stretta misura. E’ impressionante che a distanza di dieci mesi questo governo abbia perso tanti consensi, riconosciuti implicitamente proprio da coloro che mi hanno scritto dicendomi “attenzione, se si vota vincono le destre”. Forse questi cittadini dovrebbero scrivere ai parlamentari dell’Unione, chiedendo loro di essere fedeli al programma sottoscritto e soprattutto a quanto hanno detto in campagna elettorale. Se di fronte a ogni problema, vecchio e nuovo che si pone si accetta ogni volta il ricatto delle forze moderate della coalizione “non si può far nulla”, oppure anche “non possiamo non fare queste cose che ci chiede l’Europa”, e sono misure neoliberali e antipopolari, oppure ancora “dobbiamo liberalizzare e privatizzare di più”, “dobbiamo cambiare al ribasso per la quarta volta le pensioni”, “occorre flessibilizzare di più il lavoro, cioè i licenziamenti”, eccetera eccetera, allora questa è la morte della politica, l’impotenza, l’attesa dell’ultima mediazione al ribasso. Tutto questo non può che creare nel paese sempre più malcontento, disillusione, demoralizzazione, il contesto sociale e politico per una piena e vincente offensiva delle destre. Occorre invece costruire le lotte e le mobilitazioni sugli obiettivi che tanti – anche tra coloro che mi hanno criticato – hanno espresso, ovvero il lavoro, le condizioni sociali e di vita, la difesa del sistema previdenziale pubblico, non delegare ma costruire rivendicazioni e movimenti nei confronti del governo.
Non so per quanto ancora mi sarà possibile svolgere questo compito all’interno del Senato. Come ho più volte ribadito – nonostante molti di voi mi abbiano chiesto di ritirarle – ho mantenuto le mie dimissioni e sono in attesa che l’aula le discuta e decida su di esse. Non sono particolarmente preoccupato dalla possibile fine della mia permanenza in questa istituzione. Pur comprendendone l’importanza ho costruito la mia vita politica nella militanza tra i lavoratori e nei movimenti tra i quali mi sono spesso sentito molto più a mio agio che in queste stanze e non mi preoccupa l’idea di ricominciare a fare ciò che ho fatto fino ad ora. Quel che è certo, però, è che fino a che il mio contributo politico sarà interno a questa sede non mi tirerò indietro di fronte alla necessità di mantenere quella coerenza che mi è stata riconosciuta e cercherò di continuare a dare voce anche a chi – di fronte a un parlamento che vota e condivide al 99% la partecipazione alla guerra – si sente sempre più lontano da queste istituzioni.
Franco Turigliatto
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